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Diario
14 settembre 2009
Una casa di rumore e musica

Mi è bastato il concerto dell'anno scorso a Milano per capire come Bruce Springsteen riesca a creare
tanto fanatismo (ma del tutto sano!) tra i suoi fan sparsi in tutto il globo,
in America, sua terra d'origine, ma in modo particolare in Europa: la ricetta è
la stessa da quarant'anni, passione, immensa passione, una band che è fatta
dagli amici di una vita (la E Street Band), la consapevolezza della forza
primordiale del rock e, dall'altra parte, la fiducia incondizionata dei fan nei
confronti del proprio beniamino, fiducia ricambiata e mai tradita, mai
svenduta.
Come dice Steve Van Zandt, noi della vecchia scuola amiamo far ballare la gente (cito a memoria), in altre parole, privilegiamolo spettacolo e
ci facciamo in quattro, altrimenti il pubblico se ne
va e il boss del locale non ci dà la paga. Il
Nostro, il Boss con la "B" maiuscola, ha spiegato una volta questo
concetto con altre parole: La regola per me, come
performer, é: non si può essere strepitosi una sera e così così la sera dopo.
Bisogna essere perfetti ogni volta che si entra in scena. Quando qualcuno
compra un biglietto per un tuo concerto è la solita vecchia storia: è come se ti
stringesse la mano. Per lui conta solo quella sera. Non gliene può fregare di
meno che tu sarai strepitoso la sera dopo! Io questa cosa la prendo molto
seriamente. Saliamo sul palco e mettiamo in scena una grande festa, fatta anche
di risate, di mosse un po' sceme, di balli scatenati. Ma, sotto questa
superficie, c'è qualcosa di profondo: un patto implicito tra l'artista e il
pubblico... Durante il tour di The Rising,
nel 2003, ho incontrato gente che mi ha detto: «Ehi, ti ho visto nel '75, a un
concerto che hai tenuto al college». È allora che ti chiedi come sia possibile
che qualcuno si ricordi di uno show di ventotto anni fa. La risposta è la più
gratificante: il fatto è che evidentemente il tuo sforzo di rendere memorabile
ogni serata ha reso memorabile anche quella.(1)
Questa volta, il 19 Luglio allo
Stadio Olimpico di Roma (e qualche giorno dopo anche Torino e Udine) è
stata la volta del Working on a dream tour, dal nome dell'ultimo disco di Springsteen, uscito il 27 Gennaio, appena in tempo per suonare la titletrack
in mondovisione durante il famoso break del Superbowl. Tuttavia ai fan e agli
osservatori più attenti è sembrato, dal numero di presenze nelle setlist,
che Bruce abbia progressivamente disconosciuto il suo ultimo, controverso
lavoro, almeno come disco da suonare live: solo tre i pezzi in scaletta
a Roma, e per di più uno – Surprise, surprise – su richiesta; per il resto l’agognata, esaltante retrospettiva
sui suoi numerosi successi del passato con un fuori programma, l’apparizione di
Adele ed Edie Zirilli durante i balli di American Land, rispettivamente madre
e zia di Springsteen.

Come previsto si parte con la
solita adrenalinica Badlands e con un classico dal vivo come Out in the street, durante le
quali il boato entusiasmante del pubblico riesce a coprire, in parte, le
magagne della pessima acustica dell’Olimpico; poi un attimo di tregua per
gustarsi i magnifici scenari western di Outlaw Pete, eseguita splendidamente dalla band e da Bruce mentre indossa un
cappello da cowboy. She’s the one (con ottimo lavoro al piano di Roy Bittan) e una versione
davvero potente di No surrender precedono l’ottimistica Working on a
dream, nel mezzo della quale il Nostro si sforza di recitare,
nella lingua del Paese che lo ospita, il solito discorsetto sul costruire
insieme “una casa di musica e rumore… noi mettiamo la musica, e voi mettete il
rumore”. Quasi per contrasto, dopo i solari ritornelli di Working on a dream cantati a
squarciagola da tutto pubblico, Springsteen attacca con il cosiddetto “trio della Depressione” (Seeds - Johnny 99 – Atlantic City) suonando e cantando con rabbia di
disperazione, solitudine, ingiustizia, il tutto con la potenza catartica di
chitarre e arrangiamenti elettrici che drammatizzano ed esasperano i pezzi
(come la furiosa Seeds) fino, a volte, a snaturarli (è il caso della versione tutta
elettrica di Johnny 99, con un bell’assolo di Springsteen). Lo stordimento viene
presto dissolto in una allegra versione di Raise your
hand (con uno splendido call and response tra Bruce e
il pubblico) e in una canonica di Hungry heart prima dell’attesa per l’esaudimento della prima request,
una inaspettata e frizzante Pink Cadillac. Un po’ più deludenti le successive, una frettolosa I’m on
fire per una ragazza che nel suo cartello affermava di essere “in fiamme”
perché doveva sposarsi la settimana seguente, e Surprise, surprise (allegramente
stonati i controcanti) per una ragazza del New Jersey che compiva
sfortunatamente gli anni proprio quel giorno. Poi finalmente il concerto
riprende tono con due potenti superclassici come Prove it all night (dove Nils
Lofgren si è esaltato) e The promised land, inframmezzati dalla purtroppo inevitabile Waiting on a sunny day con Bruce
versione paparino che cerca (invano) di fare intonare il ritornello ad un
bambino prelevato dalla prima fila. Prima dei bis il Boss tira fuori altri
quattro pezzi da brivido: Lonesome day, una esecuzione magnifica di The rising, l’immancabile Born to run in chiusura del set e una emozionante American Skin (41 shots) che fa sciogliere il pubblico in un interminabile applauso.
Applausi come dopo l’altra sorpresa
della scaletta, la toccante versione della rara My city of ruins dedicata ai
terremotati de L’Aquila, in apertura del secondo set; ma le emozioni si
susseguono senza respiro: subito dopo Bruce restituisce all’Italia dopo tanta
attesa un pezzo leggendario come Thunder road (buona la prova al sax di Clarence Clemons), assente anche
l’anno scorso a Milano, e poi stupisce con una incontenibile versione di You can’t sit down dei Dovells. Tra i
balli di American Land (presenti mamma e zia Springsteen) e il tripudio finale di Twist & Shout (in cui il
Boss fa entrare anche La bamba) due pezzi da Born in the USA, la
solita apprezzatissima Dancing in the dark (da segnalare il balletto di Bruce con una nostrana Courtney
Cox, grazie a Patti fôra di ball) e la bellissima Bobby Jean con il solo finale
di Clarence Clemons degno dei grandi tour del passato. 
Mi chiedo come una magia simile
possa avvenire ogni volta, in ogni parte del mondo. Ma se ci rifletto l’origine,
la spiegazione di tutto, il segreto, che poi tale non è, è in una voce e una
chitarra turgide di melodie e di cose da dire al mondo, tirate fuori meglio
degli altri. Grazie Bruce.

Un grazie particolare ai miei amici Enrico e David, autori delle splendide foto che avete ammirato in questo post.
___________________________________________ (1) Citazione tratta da Bruce Springsteen, Come un killer sotto il sole, a cura di Leonardo Colombati, Sironi Editore, 2007. Traduzione di Leonardo Colombati.
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